METROSSESSIONE









METROSSESSIONE

Le sue mani stanno percorrendo, lente, ogni centimetro del mio corpo.
Lo esplorano. Lo venerano.
Le unghie affondano nella mia carne quel tanto che basta per farmi sentire i brividi ovunque. E per farmi capire che è lei, oggi, a condurre il gioco.
La sua lingua morbida mi accarezza la tempia per poi farsi strada verso il basso.
Orecchio.
Collo.
Pettorale destro. Indugia qualche istante sul capezzolo per torturarmi come solo lei sa fare.
Poi continua l’inarrestabile discesa.
Pancia.
Ombelico.
Pube.
Oh Dio, sì. Finalmente. Finalmente.
Inizio a contorcermi per la smania di essere divorato dalle sue labbra. Completamente.
E’ una maestra in questo.
E’ una maestra in tutto. Lo sapevo, cazzo. Lo sapevo.
Spingo ripetutamente in avanti il bacino per affondare dentro la sua bocca.
Mugolo e ansimo senza contegno, mentre succhia avidamente la punta del mio piacere.
Ancora, ti prego. Ancora. Non smettere più. Mai più.
Voglio vivere il resto dei miei giorni e delle mie notti con te, così. Avvinghiati. Vogliosi uno dell’altra. Senza più problemi, senza più rimorsi. Senza più regole.
Mi abbandono. Chiudo gli occhi e mi concedo a lei. Totalmente.
Anima. Corpo. Sesso.
Una voce maschile, che urla in lontananza il suo nome, mi obbliga a spalancare gli occhi distraendomi dall’orgasmo pulsante.
Volto lo sguardo, ma non vedo nessuno.
Scuoto il capo per allontanare fantasie insulse e concentrarmi solo sui suoi capelli che mi solleticano il ventre, mentre ammiro con piacere la sua testa salire e scendere indifferente a tutto il resto.
Ancora quella voce. Cazzo.
Odio questo coglione che non mi dà tregua. Adesso sono certo di averlo sentito. Sarà suo marito. Dovrei fermarla e avvisarla, ma me ne fotto. Succeda quello che deve succedere.
Io e lei.
Io. E. Lei.
A ‘fanculo tutto e tutti.
Completamente ignara dei miei dubbi e delle mie elucubrazioni mentali, continua nel suo lavoro eccelso ed io la lascio fare.
Ho bisogno di venire. Adesso. Ho bisogno di farla mia, di bagnare con il mio seme quel volto che amo da impazzire.
Ho bisogno di sporcarla. Perché è quello che siamo noi. Sporchi.
Stringo gli occhi per concentrarmi sulle sensazioni che le sue labbra polpose e la sua instancabile lingua mi fanno provare.
Contraggo i glutei e spingo con forza dentro la sua meravigliosa bocca una, due, tre volte. Oltre a quella voce, dei mugolii lontani, estremamente simili ai miei, non mi permettono di venire. Sono così fuori luogo.
E’ tutto così sbagliato, cazzo.
Con una certa fatica continuo a fottermene così come continuo a fottere la sua bocca.
Non ho più tempo da dedicare a queste stronzate. L’orgasmo pulsa violentemente e decido che la priorità è sua, adesso. Spingo un’ultima volta, e mi libero finalmente nella sua gola.
Spalanco gli occhi soffocando a fatica un grido che fa risuonare il suo nome tra le mura della stanza.
Sono in un bagno di sudore.
Tremando per le scosse dell’orgasmo appena sopraggiunto, mi ritrovo disteso nel mio letto. Al buio.
La fioca luce del lampione, che fa breccia attraverso le piccole fessure delle tapparelle, rischiara i contorni delle cose che mi circondano.
Mi permette di ammirare il misero spettacolo del mio pube completamente fradicio.
L’uccello, ora floscio, ancora stretto nella mia mano.
Le gocce si sudore iniziano a colare giù per il collo e il respiro cerca di ritrovare una sconosciuta regolarità, mentre non mi resta altro da fare che prendere piena coscienza della situazione di merda in cui mi trovo.
Mia moglie dorme pacifica alla mia sinistra, raggomitolata tra le lenzuola candide e i suoi sogni probabilmente casti.
L’immagine di un me molto più giovane ed in abito nuziale mi osserva schifata da sopra il comò.
Sono uno stramaledetto pezzo di merda.
So di aver gridato poco fa. Ne sono certo. Ringrazio Dio per non averla svegliata. E per non averle dovuto spiegare chi cazzo è Bella. O il perché ho appena avuto un orgasmo invocando un nome che non è il suo.
Non mi resta che nascondermi il volto tra le mani.
Sconfitto dalla squallida realtà di quel che sono, dimeno con forza la testa per scacciare i residui di quel che mi resta di lei.
Lei. Sempre lei. Sempre lo stesso sogno del cazzo.
Non posso più andare avanti così.
Questo ormai è chiaro anche a un coglione come me.
***
Mi affanno di corsa giù per le scale dell’ufficio. Non ho tempo di aspettare l’ascensore. La metro passerà tra dieci minuti esatti e io non voglio, non devo perderla.
Quello stronzo del mio capo ha insistito per avere, entro oggi sulla sua scrivania, i documenti a cui sto lavorando da settimane, causando un ritardo alla mia consueta uscita di almeno quindici minuti. ‘Fanculo lui, i documenti e questa azienda di merda dove sono costretto a lavorare per mantenere me e quel che resta della mia famiglia. Se così si può chiamare.
Mi sono trasferito in questa città solo per amore e senso del dovere, solo per permettere a mia moglie di seguire le terapie mediche adeguate dopo l’incidente e per avere a disposizione uno dei migliori centri di fisioterapia del Paese.
Tutti avevano detto che si sarebbe ripresa. Tutti avevano detto che la nostra vita sarebbe tornata, prima o poi, ad una certa normalità.
Coglionate. Tutte coglionate.
Lei non vuole saperne di camminare, non vuole saperne di ritornare a sorridere. E non vuole più saperne di fare l’amore con me. Né di sfiorarmi. Né di baciarmi. A volte nemmeno di guardarmi.
Mi sembra di essere diventato suo fratello. Suo padre. Il suo cazzo di badante.
Odio fare questi pensieri. Odio odiarla e odiare quello che siamo diventati, almeno quanto odio l’aver giurato di fronte a Dio di amarla e di starle accanto nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia. Perché io quando giuro, giuro. E ora mi ritrovo imprigionato in questa vita che non è vita. Che non è gioia, non è emozione. Non è un cazzo di niente.
Da due anni maledico ogni mio singolo giorno in questo mondo. E lei, con la sua muta presenza, non fa altro che ricordarmi tutto quello che ho perso in un unico attimo di distrazione.
Lei. Noi.
E lui.
Il figlio che portava in grembo era anche mio. Cazzo. Nessuno se ne ricorda mai.
Quell’auto che ci è venuta a sbattere contro, prima non c’era. Ho guardato bene prima di uscire dallo stop. Ho guardato bene! E non avevo bevuto che un paio di birre! Tutti mi hanno creduto, tutti. Ma lei no.
Per mia moglie, la causa di tutte le sue sofferenze sono io.
E l’unica cosa che ha saputo fare per salvarsi da tutto questo dolore è stata rintanarsi nel suo mondo, lasciandomi completamente solo pur vivendo al mio fianco.
E io, dove cazzo mi rintano? Come cazzo mi salvo?
Dopo tutto questo tempo passato a brancolare nel buio, ho trovato un unico spiraglio. Unico. E se per questo devo essere dannato, va bene. Non me ne frega più un cazzo nemmeno della mia anima.
Sono stufo di combattere. Stufo marcio.
A quest’ora l’ingresso della metro è pieno, stracolmo di gente. Ogni nazionalità, ogni religione, ogni classe sociale ha il suo rappresentante in questi pochi metri quadri.
Studenti, impiegati, operai, uomini d’affari. Centinaia di persone mescolano tra loro odori, voci, risa, urla, imprecazioni. Un potpourri di anime e corpi.
Mentre scendo l’ultima rampa di scale, ormai con il fiato corto, il mio sguardo cerca solo un paio di occhi.
Solo quegli occhi, quel volto, quei capelli. Quelle mani. Il mio unico momento di gioia. Il solo perché alle mie lunghe, interminabili giornate.
Quando incrocio il suo sguardo il mio cuore si rasserena e si convince che sì, un motivo per andare avanti c’è ancora. Nonostante tutto.
Le sue gote si arrossano leggermente. Le labbra si increspano nel solito sorriso.
Quello che io amo di più perché è il primo che mi dona ogni volta che mi incontra in questo misero luogo. Alla stessa identica ora. Ogni santissimo giorno lavorativo, da quasi sei mesi, ormai.
I freni del treno in arrivo stridono interrompendo la nostra comunicazione non verbale.
Saliamo, come sempre, nello stesso vagone.
Pochi istanti dopo partiamo e il gioco inizia.
Facendomi strada tra gambe, braccia e corpi insignificanti, mi avvicino molto lentamente, come di consueto. Ma a differenza del solito, oggi non mi fermerò alla distanza di sicurezza che di solito ci consente di studiarci e scambiarci innocui sguardi e languidi sorrisi.
Oggi mi gioco tutto.
So benissimo dove trovarla. Lei si posiziona sempre vicino alle porte. Forse per paura. Forse per abitudine. Forse semplicemente per farsi trovare da me. Non importa. Non gliel’ho mai chiesto. Fino ad oggi non le ho nemmeno mai rivolto la parola.
Glielo chiederò, forse, un giorno. Quando avremo tempo. Tempo per parlare, per conoscerci, tempo per creare qualcosa che vada oltre quello che proviamo in questi pochi istanti che ci concediamo.
Quel giorno non sarà oggi. Non credo avremo tempo a sufficienza per tutto. Andrò fino in fondo, è questo il mio unico obiettivo. Andare in fondo e farle capire che la voglio. La voglio davvero.
Basta aspettare qualcosa che se non agisco non verrà mai da sé. In qualche modo devo togliermi il desiderio che ho di lei. Altrimenti non ne verrò fuori.
Andrà bene anche se mi dirà di no. Anche se mi beccherò uno schiaffo o un calcio nelle palle. Qualsiasi cosa, ma non questa eterna incertezza. Non questa anestesia dell’anima.
So che potrei fare la figura del coglione e so che potrei ricevere il rifiuto più pesante di tutta la mia vita. Ma sono quasi certo che non lo farà.
Ad ogni modo, qualunque sia la sua scelta, non voglio e non posso più rimandare.
L’abito rosso che indossa mi attrae come una calamita. Lo vedo comparire in fondo al vagone, dalla parte opposta alla mia. Ha una scollatura generosa e, pur non avendo un seno prosperoso, lo porta con una disinvoltura estremamente erotica. Tutto di lei emana sesso all’ennesima potenza. Tutto.
Sembra essere stata creata appositamente per l’Amore. Per fare l’Amore. Con me.
Con fare fintamente distratto, noto che mi cerca. Maschera le sue intenzioni alternando lo sguardo tra il cellulare e le persone che riempiono il vagone. La posso osservare tranquillamente dall’alto del mio metro e novanta. Lei, così piccola e minuta, fatica a portare lo sguardo al di là delle spalle dell’uomo che le sta di fronte e che mi nasconde alla sua vista.
Ancora un paio di passi, qualche “mi scusi, con permesso” e le sono praticamente dietro. Appoggio una mano sulla spalla dell’uomo che mi separa da lei per fargli capire che deve togliersi dal cazzo. Si volta infastidito, ma non gli do modo di interrompere il mio cammino verso la meta.
Mi squadra dal basso verso l’alto. Una volta fermatosi sulle spalle, i bicipiti e soprattutto lo sguardo, capisce che non c’è verso. Molto scaltramente, fa un passo a lato ed io sono dove devo essere.
Inspiro e lascio che l’istinto mi guidi in questo salto nel buio.
Sussulta quando sente che mi appoggio alla sua schiena.
Sa che sono io. Lo percepisco dal cambio del respiro. Dalla sua colonna vertebrale ora perfettamente dritta, dai muscoli delle braccia contratti. Dalle dita strette attorno al cellulare con lo schermo ormai nero. E dal fatto che non si volta, né si sposta.
Agguanto il passamano alla mia destra in modo da avvolgerla in un innocente abbraccio. Innocente solo per chi ci circonda. Noi due sappiamo che non è così.
Abbasso il volto respirandole volutamente sul collo scoperto.
Con la barba le solletico la spalla.
Reclina la testa all’indietro appoggiandola sul mio petto.
A questo primo cenno di abbandono, un grugnito mi esce dal profondo. Se fossimo da soli in questo cazzo di treno, non avrei modo di trattenermi dal piegarla in avanti e scoparla qui in questo preciso istante.
E’ ormai certo come la morte che lei, per il solo fatto di esistere e respirare, riesce a tirare fuori quella parte selvaggia di me che fino a prima di incontrarla non sapevo nemmeno esistesse.
«Scendi alla prossima stazione» le sussurro a pochi millimetri dall’orecchio «con me» aggiungo.
«Non …»
«Non era una domanda. Ho detto scendi alla prossima stazione. Con me» ripeto in tono più convincente, mentre la mano libera le agguanta morbidamente il fianco.
In tutta risposta inspira, con forza.
Non perdo coraggio, anzi affondo il colpo. Sento che ce l’ho quasi in pungo. So che mi ascolterà. So che scenderà. Deve farlo.
Lascio cadere la mano verso il suo inguine finché trovo l’elastico degli slip nascosti dalla stoffa leggera dell’abito. Mi fermo in quel punto. E premo con le dita a pochi centimetri da dove vorrei in realtà essere. La sento irrigidirsi. Il suo seno, in bella evidenza sotto i miei occhi, si alza ed abbassa ad un ritmo accelerato, alla ricerca spasmodica di aria.
E’ così eccitante l’immagine che ho di lei in questo istante. E’ in completa balia delle mie mani, del mio corpo e delle emozioni che le sto dando. Circondati da gente ignara.
Mi sembra di impazzire.
«Non ti conosco» sibila con il poco fiato che le sto lasciando, mentre continuo a solleticarle il basso inguine. Un dito riesce ad alzare l’elastico e a rifugiarsi sotto le mutandine.
«Si che mi conosci. Da mesi ormai. Non sai niente di me come io non so niente di te, è vero. Ma mi conosci. E lo sai. Lo sai benissimo quello che mi fai» continuo.
«Sì. Lo so…» conferma mentre appoggio volutamente l’erezione sulle sue natiche.
Voglio che sappia esattamente l’effetto che ha su di me. Esattamente.
«Lo so perché è lo stesso effetto che hai tu su di me» spiega ormai arresa.
Il treno blocca la sua corsa. La voce computerizzata annuncia che siamo arrivati alla fermata di Angel, a poche stazioni da quella che di solito è la nostra fermata. Quella che ci vede scendere assieme, darci un ultimo sguardo e tornare alle nostre vite. Il più delle volte lei in compagnia di suo marito, io in compagnia della mia solitudine e del mio rimorso.
Le porte davanti a noi si spalancano. Non mi muovo. Aspetto che sia lei a decidere per tutti e due adesso. Questo glielo devo.
Una, due, cinque persone scendono e noi siamo ancora immobili.
Quando penso che ormai sia finita, quando mi aspetto da un momento all’altro di vedere le porte chiudersi davanti ai nostri nasi, sento la sua gamba allungarsi.
Mi afferra la mano ancora appoggiata al suo fianco e mi porta con sé fuori dal vagone.
Verso un qualcosa da cui non potremo mai più tornare indietro.
Non aspetto nemmeno che la metro riparta. Stringendo le sue esili dita tra le mie, inizio a camminare con passo deciso. Voglio uscire da questo posto. Voglio viverla alla luce del sole finché posso. E soprattutto non voglio darle il tempo di ripensarci.
Lei mi segue docilmente. Ogni tanto mi volto per scrutare le espressioni del suo volto. Noto il dubbio nei suoi occhi. Non sono scemo. So che si sta chiedendo cosa cazzo sta combinando. Lo so perché è il mio stesso pensiero. Vorrei dirle che finalmente abbiamo smesso di giocare a fare gli adolescenti. Che siamo passati di livello. Che ci stiamo semplicemente prendendo quello che vogliamo.
Invece ricambio il cenno di un suo sorriso con uno altrettanto emozionato.
Non ho studiato le prossime mosse da fare, non ho pensato a dove avrei potuto portarla, come avrei potuto averla. Lascio gestire tutto al caso ora, alla passione che ci lega. Alla linfa vitale che, dopo un’infinità di tempo, sento di nuovo scorrere nelle mie vene.
Camminiamo fianco a fianco e mano nella mano dopo l’uscita della metro. Dopo qualche passo, all’improvviso, cambio direzione e la trascino in un vicolo. Non ce la faccio più. Non resisto più.
Nascosti al mondo, nella luce di un quasi tramonto londinese, la appoggio non troppo delicatamente al muro di un vecchio palazzo.
Siamo circondati da murales dai colori sbiaditi. Finestre semi chiuse. Panni stesi ad asciugare sui balconi. Un paio di bidoni della spazzatura. Il fumo e l’odore di cibo cinese che esce dalla cucina di un locale poco distante.
E, cazzo, a me sembra di essere nel posto più bello del mondo.
Ho lei davanti ai miei occhi. Le mie mani appoggiate al lato del suo delicato volto, sconvolto dalle emozioni e dalla novità di quello che sta succedendo oggi tra noi.
Sono a pochi centimetri da lei. Dal mio sogno. Dal mio respiro. E me ne rendo perfettamente conto.
Con il pollice le agguanto il labbro inferiore e glielo accarezzo vigorosamente.
«Perdonami, non riesco più ad aspettare …» l’avviso mentre le mie labbra si appoggiano alle sue.
Gliele sfioro una, due volte. Le apre leggermente lasciando libero accesso alla mia lingua che non attendeva invito migliore.
Si addentra, determinata a trovare la compagna con cui intende danzare. Quando incontro la sua lingua, quando ne assaporo per la prima volta la morbidezza, quando ne posso finalmente apprezzare l’eleganza e il sapore, la scossa che mi attanaglia le viscere è indescrivibile.
L’erezione è imponente. Mi pulsa stretta nei jeans, procurandomi un dolore che si confonde con un estremo piacere.
Nel momento in cui le sue mani mi agguantano nervosamente i glutei congiungendo i nostri inguini, rischio di venire nei pantaloni come un quindicenne.
«Edward…mio Dio Edward…hai aspettato così tanto» ansima nei pochi istanti in cui le lascio la bocca libera.
Un rapido sguardo intorno. Non c’è anima viva. Nessuna voce in lontananza.
Le raccolgo una mano dal mio sedere e la invito a seguirmi, ancora una volta, qualche metro più in là. Giro ad un angolo. L’istinto- che sia benedetto- mi fa trovare una minuscola strada senza uscita.
Tutte le finestre intorno a noi hanno le tapparelle abbassate. Nessuna luce. Niente di niente.
Neanche un gatto per sbaglio in questa strada abbandonata da Dio. Una strada abbandonata per noi.
La spingo nuovamente contro il muro.
Mi inginocchio ai suoi piedi inspirando, man mano che scendo, il suo profumo. E il suo odore, quando raggiungo il punto cruciale.
Le sue mani si appoggiano alle mie spalle, le stringono affamate. Vogliose.
Le mie, di rimando, le agguantano le caviglie e risalgono all’unisono lungo i polpacci, le ginocchia. Le cosce.
Toglierle gli slip di pizzo nero è un attimo.
Glieli faccio scivolare accarezzandole contemporaneamente le gambe con il pollice.
Mentre mi alzo, lentamente me li porto sul viso inspirando, ora, l’odore della sua voglia e me li infilo in tasca. Non glieli restituirò mai.
Mi osserva incantata. Amo come mi guarda. Amo essere quello che sono con lei. Quello che mi fa sentire di poter essere.
«Meriteresti un posto migliore di questo» le dico mentre le mie labbra raggiungono un orecchio e lo succhiano senza pietà, preludio di quello che faranno tra poco con qualcos’altro.
«Non importa, non importa dove e come. Ti voglio Edward, per favore. Adesso…» mugola.
Riprendo a baciarle le labbra, mentre la mano scivola sotto la gonna rossa e raggiunge il centro delle sue gambe completamente fradicio.
Al mio tocco decisivo le divarica leggermente.
Un dito scivola facilmente dentro di lei.
La osservo mentre chiude gli occhi e appoggia la testa al muro. Le labbra meravigliosamente spalancate.
Accarezzo con il pollice il suo clitoride. Ho voglia di leccarlo, di baciarlo. Di succhiarlo.
Mi ficco sotto la gonna e me lo lavoro come voglio. Assaporo ogni singolo istante, ogni singolo verso che le procura la mia lingua. Ogni singola spinta del suo bacino verso la mia bocca, ogni singolo Oh, mio Dio che esce dalle sue labbra.
Mi sembra esattamente di essere un Dio in terra. Il potere che lei mi concede in questo istante è infinito.
La penetro con due dita, mentre con la lingua continuo a tormentarla senza tregua portando il suo sesso al limite.
Siamo in perfetta sintonia, io so cosa vuole lei, lei sa cosa voglio io.
Siamo come due strumenti accordati dalla stessa esperta mano.
Quando la sento irrigidirsi e aggrapparsi con forza alle mie spalle abbandono la postazione ai suoi piedi e risalgo per baciarle le labbra e farle assaggiare il suo stesso sapore.
Le concedo pochi istanti per prendere fiato, non ho intenzione di finirla qui.
Slaccio i jeans, li calo assieme ai boxer e libero l’erezione che temo di non poter più gestire.
Le alzo una gamba portandomela in vita e con un’unica, vigorosa spinta finalmente le sono dentro.
Un sonoro grugnito, che non riesco a trattenere, si espande nel vicolo testimone della nostra prima unione.
Sono a casa. Adesso sono a casa.
***
«Mi scusi….scusi Signor Cullen…»
Una voce delicata sta chiamando il mio nome, mentre una piccola mano mi dà decisi colpi sulla spalla.
Vengo improvvisamente catapultato nel mondo della realtà.
Davanti ai miei occhi trovo il suo meraviglioso volto. Quegli occhi castani mi stanno osservando con una leggera preoccupazione e quelle labbra si muovono a poca distanza dalle mie, ma io faccio fatica a capire quello che dicono.
Apro e chiudo le palpebre un paio di volte prima di rendermi pienamente conto di quello che sta accadendo.
Una voce metallica conferma le mie supposizioni.
Kennington, stazione di Kennington
«Mi scusi Signor Cullen se l’ho svegliata, e mi perdoni l’invadenza, ma è sua abitudine scendere qui come me…» spiega mentre il treno si ferma e le porte si spalancano.
«Cazzo…» sussurro portandomi la mano sulla fronte come di solito faccio quando prendo consapevolezza della mia globale situazione di merda.
«Non si preoccupi, sono cose che succedono…per tutti ci sono giornate particolarmente pesanti a volte…» continua a giustificarmi, mentre mi alzo dal sedile della metro e la seguo fuori dal vagone sentendomi un perfetto coglione.
Dopo pochi passi si arresta e si volta nella mia direzione. Rimane a fissarmi in silenzio. E’ come se volesse dirmi qualcosa senza averne il coraggio. Decido di parlare io. Ormai non ho davvero un cazzo da perdere con lei.
«La ringrazio molto per avermi svegliato, non è mia abitudine addormentarmi in metro, non so cosa mi sia successo oggi…» spiego imbarazzato, soprattutto perché ricordo perfettamente cosa stavo facendo nel momento in cui lei mi ha fatto aprire gli occhi.
«Mi creda, so bene quali siano le sue abitudini in metro…signor Cullen» una luce particolarmente sensuale attraversa il suo viso mentre pronuncia queste parole.
Il tono gentile e malizioso mi fa capire che ai suoi occhi non sono l’emblema di un perdente come invece lo sono ai miei.
«Come fa a sapere il mio nome?» chiedo curioso quando mi rendo conto che questa è la prima volta che ci rivolgiamo la parola e che io non le ho certamente mai detto come mi chiamo.
Arrossisce vistosamente.
«Beh, qualche settimana fa era in treno con un altro uomo e ho sentito che la chiamava Edward, Edward Cullen. Ho dato per scontato fosse il suo nome.»
«Emmett, si era il mio collega. Ricordo quel giorno…» tento di portare anche la sua mente agli sguardi provocanti di quel giorno.
«Lo ricordo anch’io, Edward» conferma tornando seria.
Bingo.
Altri istanti di silenzio in cui ci diciamo tutto e niente, poi la sua esile mano si allunga verso di me.
«Isabella Swan. Per gli amici Bella» si presenta ufficialmente.
«Oh, ma lo so» svelo.
Colpisco nel segno e la lascio a bocca aperta, come nel mio ultimo sogno.
«No, ancora non l’ho pedinata, né ho indagato su di lei. Sul retro del suo cellulare…ha scritto questo nome con i brillantini. Ho dedotto fosse il suo» spiego omettendo di raccontarle quante volte l’ho usato sotto la doccia o tra le lenzuola solitarie o nelle mie fantasie quotidiane, pur non avendo certezza fosse davvero giusto. «E, se posso permettermi, sarei lieto di poterla chiamare Bella» continuo, lasciandole intuire che vorrei davvero essere più di un coinquilino di vagone. Molto di più.
Vedo i suoi occhi ingrandirsi ed osservare con una certa attenzione qualcosa alle mie spalle.
«Sta arrivando Jake» mi informa confermando le mie supposizioni.
«Tuo marito» oso.
«Già» ritorna con gli occhi a me.
«Ok, allora ...ci si vede domani, Bella» rimango ad osservarla mentre la saluto. Non vorrei andarmene proprio adesso, non vorrei. Ma ancora meno voglio metterla in difficoltà.
I suoi occhi sono ancora inchiodati nei miei, mentre con la mano armeggia nella sua borsetta.
Mi porge un bigliettino da visita.
Dott.ssa Isabella Swan
Psicologa psicoterapeuta - Esperta in interpretazione dei sogni
Riceve su appuntamento
Tel 345 1254778
Sorrido per la perversa ironia del destino.
«Pensa che abbia bisogno di un appuntamento, Dottoressa Swan?» chiedo maliziosamente.
«Ne sono assolutamente convinta Edward.»
«Anch’io» confermo.
«Allora aspetto una tua chiamata. Presto.»
Suo marito sarà a pochi metri da noi ormai.
«Domani» azzardo.
«Domani» ripete a conferma del nostro appuntamento, mentre mi offre la mano in un saluto formale.
Un attimo dopo mi lascia per andare incontro a suo marito che, come ogni giorno, le stampa un bacio sulla guancia e la agguanta per la vita al posto mio.
«Chi era quello, tesoro?» sento chiederle.
«Un paziente amore. Solo un paziente.»
Ammiro il biglietto ancora tra le mie mani, mentre loro stanno tornando alle loro vite.
Non ci posso credere. Sta succedendo davvero.
Un colpo mi sconquassa il petto.
Credo sia il mio cuore che ha finalmente ripreso a battere dopo anni di inattività.
Con un inconsueto sorriso e un animo inaspettatamente sereno, mi avvio verso l’uscita della metro.
Infilo il biglietto nella tasca dei jeans, ma le mie dita incontrano una strana resistenza.
Cerco di capire al tatto di cosa si tratta, ma non ne vengo fuori.
Tiro fuori, senza pensarci su troppo, il fazzoletto o qualsiasi cosa io abbia ficcato là dentro.
Quando mi ritrovo davanti agli occhi quello che ho appena estratto dalla tasca, il cuore smette nuovamente di battere nel mio petto.
E ne ha tutte le ragioni.
Pizzo nero.
Mutandine di pizzo nero.
Quelle mutandine di pizzo nero.
Cazzo.



Commenti

  1. Temo di non sapere esattamente come commentare questa storia. Mi è piaciuta moltissimo, mi ha coinvolto tanto, ho sperato per i protagonisti e le scene erotiche sono proprio belle.
    Il problema è che non mi basta, ne voglio ancora di questi due e voglio sapere se Bella ha intuito cosa stava sognando, si è sfilata le mutandine e gliele ha ficcate in tasca e, in quel caso, lui ha visto le mutandine appena prima di addormentarsi? è stata lei a mostrargliele?
    Insomma, che altro devo scrivere per convincerti a scrivere un seguito? Tu dimmelo e io ti stolkero sino a ottenerlo.
    Grazie per aver condiviso la tua storia con noi.

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  2. Oh! Misteriosissima! E mi è piaciuta da morì!!! E' scritta da dio, con un ritmo oscuro, cadenzato, quasi ipnotico. Ben articolata e dalle atmosfere surreali/reali. Credo di aver capito chi sei e stavolta te sei superata!
    Eccezionale.

    -Sparv-

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  3. chi è l'autrice??? io devo saperlo perchè non ho capito la fine! suspense incredibile qui. favolosamente scritta.

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  4. Capolavoro!!! Sensuale, raffinata, introspettiva, misteriosa. Le scene erotiche sono perfette. Una piccola perla.

    Cristina.

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  5. E' una piccolo capolavoro. Scritta in maniera eccellente, ha tutto: sensualità, sesso, delusione e voglia di continuare a vivere, mistero. E poi... cazzo. L'approccio in metro di uno così avrebbe ben altri risvolti rispetto alla mano morta di un vecchio depravato come invece succede molto spesso nella realtà.
    Bellissima

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  6. Ciao
    Mi piaciuta molto la tua storia poiché ce questo erotismo possiamo dire immaginario di Edward che alla fine poi non è.
    E la sofferenza di Edward si sente molto.
    Bella sfacciata c'è stata a pennello.

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  7. Questa storia Mi è piaciuta da morire!! Le scene erotiche sono davvero hot, soprattutto la prima... Wow!!
    È scritta da Dio e l'unico neo è il finale: ma si finisce così una storia? Eccheccavolo! E ora? Voglio sapere tutto dell'appuntamento, ma tutto tutto! Complimenti all'autrice: è davvero bravissima! Grazie per aver condiviso questa storia con noi

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  8. mi è piaciuta tantissimo! Il finale poi mi ha lasciato a bocca aperta! Voglio leggere il seguito!!!! E' bellissima perchè finisce così, lasciandoti il dubbio o la conferma di ciò che è successo.
    adoro questo Edward, è dolce, romantico e molto sensuale. Adoro anche questa Bella, sfacciata e decisa! Bravissima!!!

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  9. wow... che storia, in tutti i sensi.
    Un gioco tra sogno e realtà niente male, davvero niente male.
    E la ciliegina sulla torta del lavoro di Bella?!? Fantastico.
    I miei complimenti e grazie.

    JB

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