METROSSESSIONE
METROSSESSIONE
Le
sue mani stanno percorrendo, lente, ogni centimetro del mio corpo.
Lo
esplorano. Lo venerano.
Le
unghie affondano nella mia carne quel tanto che basta per farmi
sentire i brividi ovunque. E per farmi capire che è lei, oggi, a
condurre il gioco.
La
sua lingua morbida mi accarezza la tempia per poi farsi strada verso
il basso.
Orecchio.
Collo.
Pettorale
destro. Indugia qualche istante sul capezzolo per torturarmi come
solo lei sa fare.
Poi
continua l’inarrestabile discesa.
Pancia.
Ombelico.
Pube.
Oh
Dio, sì. Finalmente. Finalmente.
Inizio
a contorcermi per la smania di essere divorato dalle sue labbra.
Completamente.
E’
una maestra in questo.
E’
una maestra in tutto. Lo sapevo, cazzo. Lo sapevo.
Spingo
ripetutamente in avanti il bacino per affondare dentro la sua bocca.
Mugolo
e ansimo senza contegno, mentre succhia avidamente la punta del mio
piacere.
Ancora,
ti prego. Ancora. Non smettere più. Mai più.
Voglio
vivere il resto dei miei giorni e delle mie notti con te, così.
Avvinghiati. Vogliosi uno dell’altra. Senza più problemi, senza
più rimorsi. Senza più regole.
Mi
abbandono. Chiudo gli occhi e mi concedo a lei. Totalmente.
Anima.
Corpo. Sesso.
Una
voce maschile, che urla in lontananza il suo nome, mi obbliga a
spalancare gli occhi distraendomi dall’orgasmo pulsante.
Volto
lo sguardo, ma non vedo nessuno.
Scuoto
il capo per allontanare fantasie insulse e concentrarmi solo sui suoi
capelli che mi solleticano il ventre, mentre ammiro con piacere la
sua testa salire e scendere indifferente a tutto il resto.
Ancora
quella voce. Cazzo.
Odio
questo coglione che non mi dà tregua. Adesso sono certo di averlo
sentito. Sarà suo marito. Dovrei fermarla e avvisarla, ma me ne
fotto. Succeda quello che deve succedere.
Io
e lei.
Io.
E. Lei.
A
‘fanculo tutto e tutti.
Completamente
ignara dei miei dubbi e delle mie elucubrazioni mentali, continua nel
suo lavoro eccelso ed io la lascio fare.
Ho
bisogno di venire. Adesso. Ho bisogno di farla mia, di bagnare con il
mio seme quel volto che amo da impazzire.
Ho
bisogno di sporcarla. Perché è quello che siamo noi. Sporchi.
Stringo
gli occhi per concentrarmi sulle sensazioni che le sue labbra polpose
e la sua instancabile lingua mi fanno provare.
Contraggo
i glutei e spingo con forza dentro la sua meravigliosa bocca una,
due, tre volte. Oltre a quella voce, dei mugolii lontani,
estremamente simili ai miei, non mi permettono di venire. Sono così
fuori luogo.
E’
tutto così sbagliato, cazzo.
Con
una certa fatica continuo a fottermene così come continuo a fottere
la sua bocca.
Non
ho più tempo da dedicare a queste stronzate. L’orgasmo pulsa
violentemente e decido che la priorità è sua, adesso. Spingo
un’ultima volta, e mi libero finalmente nella sua gola.
Spalanco
gli occhi soffocando a fatica un grido che fa risuonare il suo nome
tra le mura della stanza.
Sono
in un bagno di sudore.
Tremando
per le scosse dell’orgasmo appena sopraggiunto, mi ritrovo disteso
nel mio letto. Al buio.
La
fioca luce del lampione, che fa breccia attraverso le piccole fessure
delle tapparelle, rischiara i contorni delle cose che mi circondano.
Mi
permette di ammirare il misero spettacolo del mio pube completamente
fradicio.
L’uccello,
ora floscio, ancora stretto nella mia mano.
Le
gocce si sudore iniziano a colare giù per il collo e il respiro
cerca di ritrovare una sconosciuta regolarità, mentre non mi resta
altro da fare che prendere piena coscienza della situazione di merda
in cui mi trovo.
Mia
moglie dorme pacifica alla mia sinistra, raggomitolata tra le
lenzuola candide e i suoi sogni probabilmente casti.
L’immagine
di un me molto più giovane ed in abito nuziale mi osserva schifata
da sopra il comò.
Sono
uno stramaledetto pezzo di merda.
So
di aver gridato poco fa. Ne sono certo. Ringrazio Dio per non averla
svegliata. E per non averle dovuto spiegare chi cazzo è Bella. O il
perché ho appena avuto un orgasmo invocando un nome che non è il
suo.
Non
mi resta che nascondermi il volto tra le mani.
Sconfitto
dalla squallida realtà di quel che sono, dimeno con forza la testa
per scacciare i residui di quel che mi resta di lei.
Lei.
Sempre lei. Sempre lo stesso sogno del cazzo.
Non
posso più andare avanti così.
Questo
ormai è chiaro anche a un coglione come me.
***
Mi
affanno di corsa giù per le scale dell’ufficio. Non ho tempo di
aspettare l’ascensore. La metro passerà tra dieci minuti esatti e
io non voglio, non devo perderla.
Quello
stronzo del mio capo ha insistito per avere, entro oggi sulla sua
scrivania, i documenti a cui sto lavorando da settimane, causando un
ritardo alla mia consueta uscita di almeno quindici minuti. ‘Fanculo
lui, i documenti e questa azienda di merda dove sono costretto a
lavorare per mantenere me e quel che resta della mia famiglia. Se
così si può chiamare.
Mi
sono trasferito in questa città solo per amore e senso del dovere,
solo per permettere a mia moglie di seguire le terapie mediche
adeguate dopo l’incidente e per avere a disposizione uno dei
migliori centri di fisioterapia del Paese.
Tutti
avevano detto che si sarebbe ripresa. Tutti avevano detto che la
nostra vita sarebbe tornata, prima o poi, ad una certa normalità.
Coglionate.
Tutte coglionate.
Lei
non vuole saperne di camminare, non vuole saperne di ritornare a
sorridere. E non vuole più saperne di fare l’amore con me. Né di
sfiorarmi. Né di baciarmi. A volte nemmeno di guardarmi.
Mi
sembra di essere diventato suo fratello. Suo padre. Il suo cazzo di
badante.
Odio
fare questi pensieri. Odio odiarla e odiare quello che siamo
diventati, almeno quanto odio l’aver giurato di fronte a Dio di
amarla e di starle accanto nella buona e nella cattiva sorte, in
salute e in malattia. Perché io quando giuro, giuro. E ora mi
ritrovo imprigionato in questa vita che non è vita. Che non è
gioia, non è emozione. Non è un cazzo di niente.
Da
due anni maledico ogni mio singolo giorno in questo mondo. E lei, con
la sua muta presenza, non fa altro che ricordarmi tutto quello che ho
perso in un unico attimo di distrazione.
Lei.
Noi.
E
lui.
Il
figlio che portava in grembo era anche mio. Cazzo. Nessuno se ne
ricorda mai.
Quell’auto
che ci è venuta a sbattere contro, prima non c’era. Ho guardato
bene prima di uscire dallo stop. Ho guardato bene! E non avevo bevuto
che un paio di birre! Tutti mi hanno creduto, tutti. Ma lei no.
Per
mia moglie, la causa di tutte le sue sofferenze sono io.
E
l’unica cosa che ha saputo fare per salvarsi da tutto questo dolore
è stata rintanarsi nel suo mondo, lasciandomi completamente solo pur
vivendo al mio fianco.
E
io, dove cazzo mi rintano? Come cazzo mi salvo?
Dopo
tutto questo tempo passato a brancolare nel buio, ho trovato un unico
spiraglio. Unico. E se per questo devo essere dannato, va bene. Non
me ne frega più un cazzo nemmeno della mia anima.
Sono
stufo di combattere. Stufo marcio.
A
quest’ora l’ingresso della metro è pieno, stracolmo di gente.
Ogni nazionalità, ogni religione, ogni classe sociale ha il suo
rappresentante in questi pochi metri quadri.
Studenti,
impiegati, operai, uomini d’affari. Centinaia di persone mescolano
tra loro odori, voci, risa, urla, imprecazioni. Un potpourri di anime
e corpi.
Mentre
scendo l’ultima rampa di scale, ormai con il fiato corto, il mio
sguardo cerca solo un paio di occhi.
Solo
quegli
occhi,
quel
volto, quei
capelli. Quelle
mani.
Il mio unico momento di gioia. Il solo perché alle mie lunghe,
interminabili giornate.
Quando
incrocio il suo sguardo il mio cuore si rasserena e si convince che
sì, un motivo per andare avanti c’è ancora. Nonostante tutto.
Le
sue gote si arrossano leggermente. Le labbra si increspano nel solito
sorriso.
Quello
che io amo di più perché è il primo che mi dona ogni volta che mi
incontra in questo misero luogo. Alla stessa identica ora. Ogni
santissimo giorno lavorativo, da quasi sei mesi, ormai.
I
freni del treno in arrivo stridono interrompendo la nostra
comunicazione non verbale.
Saliamo,
come sempre, nello stesso vagone.
Pochi
istanti dopo partiamo e il gioco inizia.
Facendomi
strada tra gambe, braccia e corpi insignificanti, mi avvicino molto
lentamente, come di consueto. Ma a differenza del solito, oggi non mi
fermerò alla distanza di sicurezza che di solito ci consente di
studiarci e scambiarci innocui sguardi e languidi sorrisi.
Oggi
mi gioco tutto.
So
benissimo dove trovarla. Lei si posiziona sempre vicino alle porte.
Forse per paura. Forse per abitudine. Forse semplicemente per farsi
trovare da me. Non importa. Non gliel’ho mai chiesto. Fino ad oggi
non le ho nemmeno mai rivolto la parola.
Glielo
chiederò, forse, un giorno. Quando avremo tempo. Tempo per parlare,
per conoscerci, tempo per creare qualcosa che vada oltre quello che
proviamo in questi pochi istanti che ci concediamo.
Quel
giorno non sarà oggi. Non credo avremo tempo a sufficienza per
tutto. Andrò fino in fondo, è questo il mio unico obiettivo. Andare
in fondo e farle capire che la voglio. La voglio davvero.
Basta
aspettare qualcosa che se non agisco non verrà mai da sé. In
qualche modo devo togliermi il desiderio che ho di lei. Altrimenti
non ne verrò fuori.
Andrà
bene anche se mi dirà di no. Anche se mi beccherò uno schiaffo o un
calcio nelle palle. Qualsiasi cosa, ma non questa eterna incertezza.
Non questa anestesia dell’anima.
So
che potrei fare la figura del coglione e so che potrei ricevere il
rifiuto più pesante di tutta la mia vita. Ma sono quasi certo che
non lo farà.
Ad
ogni modo, qualunque sia la sua scelta, non voglio e non posso più
rimandare.
L’abito
rosso che indossa mi attrae come una calamita. Lo vedo comparire in
fondo al vagone, dalla parte opposta alla mia. Ha una scollatura
generosa e, pur non avendo un seno prosperoso, lo porta con una
disinvoltura estremamente erotica. Tutto di lei emana sesso
all’ennesima potenza. Tutto.
Sembra
essere stata creata appositamente per l’Amore. Per fare
l’Amore.
Con me.
Con
fare fintamente distratto, noto che mi cerca. Maschera le sue
intenzioni alternando lo sguardo tra il cellulare e le persone che
riempiono il vagone. La posso osservare tranquillamente dall’alto
del mio metro e novanta. Lei, così piccola e minuta, fatica a
portare lo sguardo al di là delle spalle dell’uomo che le sta di
fronte e che mi nasconde alla sua vista.
Ancora
un paio di passi, qualche “mi scusi, con permesso” e le sono
praticamente dietro. Appoggio una mano sulla spalla dell’uomo che
mi separa da lei per fargli capire che deve togliersi dal cazzo. Si
volta infastidito, ma non gli do modo di interrompere il mio cammino
verso la meta.
Mi
squadra dal basso verso l’alto. Una volta fermatosi sulle spalle, i
bicipiti e soprattutto lo sguardo, capisce che non c’è verso.
Molto scaltramente, fa un passo a lato ed io sono dove devo essere.
Inspiro
e lascio che l’istinto mi guidi in questo salto nel buio.
Sussulta
quando sente che mi appoggio alla sua schiena.
Sa
che sono io. Lo percepisco dal cambio del respiro. Dalla sua colonna
vertebrale ora perfettamente dritta, dai muscoli delle braccia
contratti. Dalle dita strette attorno al cellulare con lo schermo
ormai nero. E dal fatto che non si volta, né si sposta.
Agguanto
il passamano alla mia destra in modo da avvolgerla in un innocente
abbraccio. Innocente solo per chi ci circonda. Noi due sappiamo che
non è così.
Abbasso
il volto respirandole volutamente sul collo scoperto.
Con
la barba le solletico la spalla.
Reclina
la testa all’indietro appoggiandola sul mio petto.
A
questo primo cenno di abbandono, un grugnito mi esce dal profondo. Se
fossimo da soli in questo cazzo di treno, non avrei modo di
trattenermi dal piegarla in avanti e scoparla qui in questo preciso
istante.
E’
ormai certo come la morte che lei, per il solo fatto di esistere e
respirare, riesce a tirare fuori quella parte selvaggia di me che
fino a prima di incontrarla non sapevo nemmeno esistesse.
«Scendi
alla prossima stazione» le sussurro a pochi millimetri dall’orecchio
«con me» aggiungo.
«Non
…»
«Non
era una domanda. Ho detto scendi alla prossima stazione. Con me»
ripeto in tono più convincente, mentre la mano libera le agguanta
morbidamente il fianco.
In
tutta risposta inspira, con forza.
Non
perdo coraggio, anzi affondo il colpo. Sento che ce l’ho quasi in
pungo. So che mi ascolterà. So che scenderà. Deve farlo.
Lascio
cadere la mano verso il suo inguine finché trovo l’elastico degli
slip nascosti dalla stoffa leggera dell’abito. Mi fermo in quel
punto. E premo con le dita a pochi centimetri da dove vorrei in
realtà essere. La sento irrigidirsi. Il suo seno, in bella evidenza
sotto i miei occhi, si alza ed abbassa ad un ritmo accelerato, alla
ricerca spasmodica di aria.
E’
così eccitante l’immagine che ho di lei in questo istante. E’ in
completa balia delle mie mani, del mio corpo e delle emozioni che le
sto dando. Circondati da gente ignara.
Mi
sembra di impazzire.
«Non
ti conosco» sibila con il poco fiato che le sto lasciando, mentre
continuo a solleticarle il basso inguine. Un dito riesce ad alzare
l’elastico e a rifugiarsi sotto le mutandine.
«Si
che mi conosci. Da mesi ormai. Non sai niente di me come io non so
niente di te, è vero. Ma mi conosci. E lo sai. Lo sai benissimo
quello che mi fai» continuo.
«Sì.
Lo so…» conferma mentre appoggio volutamente l’erezione sulle
sue natiche.
Voglio
che sappia esattamente l’effetto che ha su di me. Esattamente.
«Lo
so perché è lo stesso effetto che hai tu su di me» spiega ormai
arresa.
Il
treno blocca la sua corsa. La voce computerizzata annuncia che siamo
arrivati alla fermata di Angel, a poche stazioni da quella che di
solito è la nostra fermata. Quella che ci vede scendere assieme,
darci un ultimo sguardo e tornare alle nostre vite. Il più delle
volte lei in compagnia di suo marito, io in compagnia della mia
solitudine e del mio rimorso.
Le
porte davanti a noi si spalancano. Non mi muovo. Aspetto che sia lei
a decidere per tutti e due adesso. Questo glielo devo.
Una,
due, cinque persone scendono e noi siamo ancora immobili.
Quando
penso che ormai sia finita, quando mi aspetto da un momento all’altro
di vedere le porte chiudersi davanti ai nostri nasi, sento la sua
gamba allungarsi.
Mi
afferra la mano ancora appoggiata al suo fianco e mi porta con sé
fuori dal vagone.
Verso
un qualcosa da cui non potremo mai più tornare indietro.
Non
aspetto nemmeno che la metro riparta. Stringendo le sue esili dita
tra le mie, inizio a camminare con passo deciso. Voglio uscire da
questo posto. Voglio viverla alla luce del sole finché posso. E
soprattutto non voglio darle il tempo di ripensarci.
Lei
mi segue docilmente. Ogni tanto mi volto per scrutare le espressioni
del suo volto. Noto il dubbio nei suoi occhi. Non sono scemo. So che
si sta chiedendo cosa cazzo sta combinando. Lo so perché è il mio
stesso pensiero. Vorrei dirle che finalmente abbiamo smesso di
giocare a fare gli adolescenti. Che siamo passati di livello. Che ci
stiamo semplicemente prendendo quello che vogliamo.
Invece
ricambio il cenno di un suo sorriso con uno altrettanto emozionato.
Non
ho studiato le prossime mosse da fare, non ho pensato a dove avrei
potuto portarla, come avrei potuto averla. Lascio gestire tutto al
caso ora, alla passione che ci lega. Alla linfa vitale che, dopo
un’infinità di tempo, sento di nuovo scorrere nelle mie vene.
Camminiamo
fianco a fianco e mano nella mano dopo l’uscita della metro. Dopo
qualche passo, all’improvviso, cambio direzione e la trascino in un
vicolo. Non ce la faccio più. Non resisto più.
Nascosti
al mondo, nella luce di un quasi tramonto londinese, la appoggio non
troppo delicatamente al muro di un vecchio palazzo.
Siamo
circondati da murales dai colori sbiaditi. Finestre semi chiuse.
Panni stesi ad asciugare sui balconi. Un paio di bidoni della
spazzatura. Il fumo e l’odore di cibo cinese che esce dalla cucina
di un locale poco distante.
E,
cazzo, a me sembra di essere nel posto più bello del mondo.
Ho
lei davanti ai miei occhi. Le mie mani appoggiate al lato del suo
delicato volto, sconvolto dalle emozioni e dalla novità di quello
che sta succedendo oggi tra noi.
Sono
a pochi centimetri da lei. Dal mio sogno. Dal mio respiro. E me ne
rendo perfettamente conto.
Con
il pollice le agguanto il labbro inferiore e glielo accarezzo
vigorosamente.
«Perdonami,
non riesco più ad aspettare …» l’avviso mentre le mie labbra si
appoggiano alle sue.
Gliele
sfioro una, due volte. Le apre leggermente lasciando libero accesso
alla mia lingua che non attendeva invito migliore.
Si
addentra, determinata a trovare la compagna con cui intende danzare.
Quando incontro la sua lingua, quando ne assaporo per la prima volta
la morbidezza, quando ne posso finalmente apprezzare l’eleganza e
il sapore, la scossa che mi attanaglia le viscere è indescrivibile.
L’erezione
è imponente. Mi pulsa stretta nei jeans, procurandomi un dolore che
si confonde con un estremo piacere.
Nel
momento in cui le sue mani mi agguantano nervosamente i glutei
congiungendo i nostri inguini, rischio di venire nei pantaloni come
un quindicenne.
«Edward…mio
Dio Edward…hai aspettato così tanto» ansima nei pochi istanti in
cui le lascio la bocca libera.
Un
rapido sguardo intorno. Non c’è anima viva. Nessuna voce in
lontananza.
Le
raccolgo una mano dal mio sedere e la invito a seguirmi, ancora una
volta, qualche metro più in là. Giro ad un angolo. L’istinto- che
sia benedetto- mi fa trovare una minuscola strada senza uscita.
Tutte
le finestre intorno a noi hanno le tapparelle abbassate. Nessuna
luce. Niente di niente.
Neanche
un gatto per sbaglio in questa strada abbandonata da Dio. Una strada
abbandonata per noi.
La
spingo nuovamente contro il muro.
Mi
inginocchio ai suoi piedi inspirando, man mano che scendo, il suo
profumo. E il suo odore, quando raggiungo il punto cruciale.
Le
sue mani si appoggiano alle mie spalle, le stringono affamate.
Vogliose.
Le
mie, di rimando, le agguantano le caviglie e risalgono all’unisono
lungo i polpacci, le ginocchia. Le cosce.
Toglierle
gli slip di pizzo nero è un attimo.
Glieli
faccio scivolare accarezzandole contemporaneamente le gambe con il
pollice.
Mentre
mi alzo, lentamente me li porto sul viso inspirando, ora, l’odore
della sua voglia e me li infilo in tasca. Non glieli restituirò mai.
Mi
osserva incantata. Amo come mi guarda. Amo essere quello che sono con
lei. Quello che mi fa sentire di poter essere.
«Meriteresti
un posto migliore di questo» le dico mentre le mie labbra
raggiungono un orecchio e lo succhiano senza pietà, preludio di
quello che faranno tra poco con qualcos’altro.
«Non
importa, non importa dove e come. Ti voglio Edward, per favore.
Adesso…» mugola.
Riprendo
a baciarle le labbra, mentre la mano scivola sotto la gonna rossa e
raggiunge il centro delle sue gambe completamente fradicio.
Al
mio tocco decisivo le divarica leggermente.
Un
dito scivola facilmente dentro di lei.
La
osservo mentre chiude gli occhi e appoggia la testa al muro. Le
labbra meravigliosamente spalancate.
Accarezzo
con il pollice il suo clitoride. Ho voglia di leccarlo, di baciarlo.
Di succhiarlo.
Mi
ficco sotto la gonna e me lo lavoro come voglio. Assaporo ogni
singolo istante, ogni singolo verso che le procura la mia lingua.
Ogni singola spinta del suo bacino verso la mia bocca, ogni singolo
Oh,
mio Dio
che esce dalle sue labbra.
Mi
sembra esattamente di essere un Dio in terra. Il potere che lei mi
concede in questo istante è infinito.
La
penetro con due dita, mentre con la lingua continuo a tormentarla
senza tregua portando il suo sesso al limite.
Siamo
in perfetta sintonia, io so cosa vuole lei, lei sa cosa voglio io.
Siamo
come due strumenti accordati dalla stessa esperta mano.
Quando
la sento irrigidirsi e aggrapparsi con forza alle mie spalle
abbandono la postazione ai suoi piedi e risalgo per baciarle le
labbra e farle assaggiare il suo stesso sapore.
Le
concedo pochi istanti per prendere fiato, non ho intenzione di
finirla qui.
Slaccio
i jeans, li calo assieme ai boxer e libero l’erezione che temo di
non poter più gestire.
Le
alzo una gamba portandomela in vita e con un’unica, vigorosa spinta
finalmente le sono dentro.
Un
sonoro grugnito, che non riesco a trattenere, si espande nel vicolo
testimone della nostra prima unione.
Sono
a casa. Adesso sono a casa.
***
«Mi
scusi….scusi Signor Cullen…»
Una
voce delicata sta chiamando il mio nome, mentre una piccola mano mi
dà decisi colpi sulla spalla.
Vengo
improvvisamente catapultato nel mondo della realtà.
Davanti
ai miei occhi trovo il suo meraviglioso volto. Quegli occhi castani
mi stanno osservando con una leggera preoccupazione e quelle labbra
si muovono a poca distanza dalle mie, ma io faccio fatica a capire
quello che dicono.
Apro
e chiudo le palpebre un paio di volte prima di rendermi pienamente
conto di quello che sta accadendo.
Una
voce metallica conferma le mie supposizioni.
Kennington,
stazione di Kennington
«Mi
scusi Signor Cullen se l’ho svegliata, e mi perdoni l’invadenza,
ma è sua abitudine scendere qui come me…» spiega mentre il treno
si ferma e le porte si spalancano.
«Cazzo…»
sussurro portandomi la mano sulla fronte come di solito faccio quando
prendo consapevolezza della mia globale situazione di merda.
«Non
si preoccupi, sono cose che succedono…per tutti ci sono giornate
particolarmente pesanti a volte…» continua a giustificarmi, mentre
mi alzo dal sedile della metro e la seguo fuori dal vagone sentendomi
un perfetto coglione.
Dopo
pochi passi si arresta e si volta nella mia direzione. Rimane a
fissarmi in silenzio. E’ come se volesse dirmi qualcosa senza
averne il coraggio. Decido di parlare io. Ormai non ho davvero un
cazzo da perdere con lei.
«La
ringrazio molto per avermi svegliato, non è mia abitudine
addormentarmi in metro, non so cosa mi sia successo oggi…» spiego
imbarazzato, soprattutto perché ricordo perfettamente cosa stavo
facendo nel momento in cui lei mi ha fatto aprire gli occhi.
«Mi
creda, so bene quali siano le sue abitudini in metro…signor Cullen»
una luce particolarmente sensuale attraversa il suo viso mentre
pronuncia queste parole.
Il
tono gentile e malizioso mi fa capire che ai suoi occhi non sono
l’emblema di un perdente come invece lo sono ai miei.
«Come
fa a sapere il mio nome?» chiedo curioso quando mi rendo conto che
questa è la prima volta che ci rivolgiamo la parola e che io non le
ho certamente mai detto come mi chiamo.
Arrossisce
vistosamente.
«Beh,
qualche settimana fa era in treno con un altro uomo e ho sentito che
la chiamava Edward, Edward Cullen. Ho dato per scontato fosse il suo
nome.»
«Emmett,
si era il mio collega. Ricordo quel giorno…» tento di portare
anche la sua mente agli sguardi provocanti di quel giorno.
«Lo
ricordo anch’io, Edward» conferma tornando seria.
Bingo.
Altri
istanti di silenzio in cui ci diciamo tutto e niente, poi la sua
esile mano si allunga verso di me.
«Isabella
Swan. Per gli amici Bella» si presenta ufficialmente.
«Oh,
ma lo so» svelo.
Colpisco
nel segno e la lascio a bocca aperta, come nel mio ultimo sogno.
«No,
ancora non l’ho pedinata, né ho indagato su di lei. Sul retro del
suo cellulare…ha scritto questo nome con i brillantini. Ho dedotto
fosse il suo» spiego omettendo di raccontarle quante volte l’ho
usato sotto la doccia o tra le lenzuola solitarie o nelle mie
fantasie quotidiane, pur non avendo certezza fosse davvero giusto.
«E, se posso permettermi, sarei lieto di poterla chiamare Bella»
continuo, lasciandole intuire che vorrei davvero essere più di un
coinquilino di vagone. Molto di più.
Vedo
i suoi occhi ingrandirsi ed osservare con una certa attenzione
qualcosa alle mie spalle.
«Sta
arrivando Jake» mi informa confermando le mie supposizioni.
«Tuo
marito» oso.
«Già»
ritorna con gli occhi a me.
«Ok,
allora ...ci si vede domani, Bella» rimango ad osservarla mentre la
saluto. Non vorrei andarmene proprio adesso, non vorrei. Ma ancora
meno voglio metterla in difficoltà.
I
suoi occhi sono ancora inchiodati nei miei, mentre con la mano
armeggia nella sua borsetta.
Mi
porge un bigliettino da visita.
Dott.ssa
Isabella Swan
Psicologa
psicoterapeuta - Esperta in interpretazione dei sogni
Riceve
su appuntamento
Tel
345 1254778
Sorrido
per la perversa ironia del destino.
«Pensa
che abbia bisogno di un appuntamento, Dottoressa Swan?» chiedo
maliziosamente.
«Ne
sono assolutamente convinta Edward.»
«Anch’io»
confermo.
«Allora
aspetto una tua chiamata. Presto.»
Suo
marito sarà a pochi metri da noi ormai.
«Domani»
azzardo.
«Domani»
ripete a conferma del nostro appuntamento, mentre mi offre la mano in
un saluto formale.
Un
attimo dopo mi lascia per andare incontro a suo marito che, come ogni
giorno, le stampa un bacio sulla guancia e la agguanta per la vita al
posto mio.
«Chi
era quello, tesoro?» sento chiederle.
«Un
paziente amore. Solo un paziente.»
Ammiro
il biglietto ancora tra le mie mani, mentre loro stanno tornando alle
loro vite.
Non
ci posso credere. Sta succedendo davvero.
Un
colpo mi sconquassa il petto.
Credo
sia il mio cuore che ha finalmente ripreso a battere dopo anni di
inattività.
Con
un inconsueto sorriso e un animo inaspettatamente sereno, mi avvio
verso l’uscita della metro.
Infilo
il biglietto nella tasca dei jeans, ma le mie dita incontrano una
strana resistenza.
Cerco
di capire al tatto di cosa si tratta, ma non ne vengo fuori.
Tiro
fuori, senza pensarci su troppo, il fazzoletto o qualsiasi cosa io
abbia ficcato là dentro.
Quando
mi ritrovo davanti agli occhi quello che ho appena estratto dalla
tasca, il cuore smette nuovamente di battere nel mio petto.
E
ne ha tutte le ragioni.
Pizzo
nero.
Mutandine
di pizzo nero.
Quelle
mutandine di pizzo nero.
Cazzo.

Temo di non sapere esattamente come commentare questa storia. Mi è piaciuta moltissimo, mi ha coinvolto tanto, ho sperato per i protagonisti e le scene erotiche sono proprio belle.
RispondiEliminaIl problema è che non mi basta, ne voglio ancora di questi due e voglio sapere se Bella ha intuito cosa stava sognando, si è sfilata le mutandine e gliele ha ficcate in tasca e, in quel caso, lui ha visto le mutandine appena prima di addormentarsi? è stata lei a mostrargliele?
Insomma, che altro devo scrivere per convincerti a scrivere un seguito? Tu dimmelo e io ti stolkero sino a ottenerlo.
Grazie per aver condiviso la tua storia con noi.
Oh! Misteriosissima! E mi è piaciuta da morì!!! E' scritta da dio, con un ritmo oscuro, cadenzato, quasi ipnotico. Ben articolata e dalle atmosfere surreali/reali. Credo di aver capito chi sei e stavolta te sei superata!
RispondiEliminaEccezionale.
-Sparv-
chi è l'autrice??? io devo saperlo perchè non ho capito la fine! suspense incredibile qui. favolosamente scritta.
RispondiEliminaCapolavoro!!! Sensuale, raffinata, introspettiva, misteriosa. Le scene erotiche sono perfette. Una piccola perla.
RispondiEliminaCristina.
E' una piccolo capolavoro. Scritta in maniera eccellente, ha tutto: sensualità, sesso, delusione e voglia di continuare a vivere, mistero. E poi... cazzo. L'approccio in metro di uno così avrebbe ben altri risvolti rispetto alla mano morta di un vecchio depravato come invece succede molto spesso nella realtà.
RispondiEliminaBellissima
Ciao
RispondiEliminaMi piaciuta molto la tua storia poiché ce questo erotismo possiamo dire immaginario di Edward che alla fine poi non è.
E la sofferenza di Edward si sente molto.
Bella sfacciata c'è stata a pennello.
Questa storia Mi è piaciuta da morire!! Le scene erotiche sono davvero hot, soprattutto la prima... Wow!!
RispondiEliminaÈ scritta da Dio e l'unico neo è il finale: ma si finisce così una storia? Eccheccavolo! E ora? Voglio sapere tutto dell'appuntamento, ma tutto tutto! Complimenti all'autrice: è davvero bravissima! Grazie per aver condiviso questa storia con noi
mi è piaciuta tantissimo! Il finale poi mi ha lasciato a bocca aperta! Voglio leggere il seguito!!!! E' bellissima perchè finisce così, lasciandoti il dubbio o la conferma di ciò che è successo.
RispondiEliminaadoro questo Edward, è dolce, romantico e molto sensuale. Adoro anche questa Bella, sfacciata e decisa! Bravissima!!!
wow... che storia, in tutti i sensi.
RispondiEliminaUn gioco tra sogno e realtà niente male, davvero niente male.
E la ciliegina sulla torta del lavoro di Bella?!? Fantastico.
I miei complimenti e grazie.
JB